Le carte telefoniche prepagate sono state per oltre vent’anni un oggetto quotidiano per milioni di italiani: stavano nel portafoglio accanto ai documenti, si compravano dal tabaccaio e servivano a chiamare casa da una cabina in vacanza. Oggi sono quasi scomparse dall’uso, ma restano un capitolo importante della storia delle tessere elettroniche e un piccolo fenomeno culturale. In questo articolo ripercorriamo l’evoluzione delle carte telefoniche in Italia, dai primi esperimenti della SIP negli anni Settanta fino al declino delle cabine e al mondo del collezionismo.
Prima delle carte telefoniche: gettoni e monete
Il problema del telefono pubblico
Per decenni chi telefonava da un apparecchio pubblico in Italia pagava con il gettone telefonico o con le monete. Era un sistema semplice ma scomodo: bisognava avere in tasca la quantità giusta di gettoni, e gli apparecchi pieni di contanti attiravano furti, frodi e vandalismi. Secondo la ricostruzione dell’enciclopedia Wikipedia sulla scheda telefonica, fu proprio per ridurre questi problemi che la SIP, la Società Italiana per l’Esercizio Telefonico, cominciò già nei primi anni Settanta a studiare una tessera prepagata.

La ricerca di una tecnologia
La SIP valutò soluzioni di diversi produttori italiani ed esteri, tra cui IPM, Landis & Gyr, SGS-Ates, Siemens e SIDA. Dopo circa tre anni di prove e prototipi, tra cui alcune tessere in plastica con contatti dorati, l’azienda scelse la soluzione più economica: quella della SIDA, un’azienda di Montichiari.
La prima scheda: SIDA e la “Serie 0” del 1976
Una tessera di cartone con banda magnetica
La prima scheda telefonica italiana fu introdotta dalla SIP nel 1976 ed è considerata tra le prime al mondo (Phonecard Museum). Era realizzata in cartoncino pressato, bianca con scritte blu, con una banda magnetica che conteneva quattro unità di scatto da 50 lire. La prima postazione pilota fu installata a Roma, al Galoppatoio di Villa Borghese. Quando il credito finiva, l’apparecchio tratteneva la scheda, che veniva poi prelevata e distrutta per evitare frodi: per questo gli esemplari della cosiddetta “Serie 0” sono oggi rarissimi.
Un avvio lento
All’inizio le carte telefoniche SIDA non ebbero il successo sperato, anche per la fragilità del supporto in cartone. La sperimentazione però continuò e si estese a Torino e Milano. Dal 1977 le schede furono prodotte in tirature maggiori, con un cartoncino più rigido e plastificato e la caratteristica grafica giallo-blu. Il brevetto SIDA fu usato anche all’estero, per esempio per l’operatore venezuelano CANTV.
Gli anni d’oro: Urmet e le cabine rosse
Il brevetto Urmet e la “Serie Rossa”
La vera diffusione delle carte telefoniche arrivò nella seconda metà degli anni Ottanta. Dal 1985 la SIP abbandonò la tecnologia SIDA per il brevetto dell’azienda torinese Urmet. Le nuove schede avevano la banda magnetica orizzontale, più difficile da falsificare, e il famoso talloncino di controllo da staccare nell’angolo. I tagli si stabilizzarono a 5.000, 10.000 e 15.000 lire, e in seguito il cartone lasciò il posto al PVC, più resistente e meno soggetto a incepparsi nei lettori.
Il telefono Rotor e le nuove cabine
Nello stesso periodo la SIP rinnovò la propria rete: le vecchie cabine “gialle” a gettoni furono sostituite dalle cabine “rosse” con il nuovo apparecchio Rotor di Urmet, introdotto dal 1987, che accettava gettoni, monete e schede. Con la “Serie Azzurra” il fronte della scheda divenne interamente stampabile: le carte telefoniche si trasformarono così in un vero mezzo pubblicitario, con tirature che potevano superare il milione di copie per soggetto.
Da SIP a Telecom Italia
Nel 1994, con la nascita di Telecom Italia, le schede cambiarono veste grafica. La scritta principale passò da “carta” a “scheda” e una banda colorata indicava il taglio, dal verde delle 1.000 lire al viola delle 15.000. Le carte telefoniche si vendevano ovunque: tabaccherie, edicole, uffici postali, autogrill, alberghi e campeggi. Nei luoghi di villeggiatura, la sera, non era raro vedere code davanti alle cabine.
Banda magnetica contro chip
Due strade tecnologiche
L’Italia rimase a lungo fedele alla banda magnetica, mentre in altri Paesi europei si affermò presto la tecnologia a microchip. In Germania la Deutsche Bundespost adottò un brevetto Siemens, mentre in Francia France Télécom usò schede a chip basate sui brevetti di Roland Moreno, di cui parliamo in un articolo dedicato. Tra i produttori di schede a chip c’erano anche nomi come Solaic, Gemplus, Schlumberger, Oberthur e Bull CP8.

Perché il chip ha vinto
Il chip offriva più sicurezza e più spazio per memorizzare gli scatti e altre informazioni. In Italia, accanto alle schede magnetiche Urmet, Telecom Italia distribuì anche piccoli lotti di schede a chip per i telefoni pubblici Digito. Soprattutto, la stessa tecnologia passò ai telefoni cellulari: la scheda del telefonino GSM, la carta SIM, è a tutti gli effetti una smart card. Se vuoi capire come funziona, trovi tutto nella nostra guida su come funziona una carta SIM. E per un quadro generale delle origini rimandiamo alla storia delle smart card, all’interno della categoria Smart Card e NFC.
Il declino delle cabine e la fine di un’epoca
L’arrivo della telefonia mobile
Con la diffusione dei cellulari, e poi degli smartphone, l’uso delle carte telefoniche è calato in modo costante. All’inizio degli anni Duemila erano ancora abbastanza utilizzate; con il passaggio all’euro arrivò prima la doppia indicazione lira-euro, poi i tagli in euro da 2,50, 5, 10 e 15 euro. Il gettone telefonico, intanto, restò in uso fino al 31 dicembre 2001. Nel frattempo le cabine e i telefoni pubblici diminuivano anno dopo anno.

Le ultime schede
Le ultime schede riportano soltanto il logo TIM. Le tirature si ridussero fino a una sola serie annuale in edizione limitata, destinata soprattutto ai collezionisti, e dal 2018 in Italia non sono più state prodotte schede telefoniche prepagate per i telefoni pubblici. È curioso notare che il meccanismo delle schede “a codice da grattare”, nate per le chiamate internazionali, è sopravvissuto nelle ricariche dei cellulari: un’eredità diretta delle carte telefoniche prepagate.
Il collezionismo delle carte telefoniche
Cosa rende una scheda preziosa
La grafica sempre diversa e le tirature enormi hanno trasformato le carte telefoniche in oggetti da collezione. Per i collezionisti non basta che una scheda sia vecchia o rara: deve essere in buone condizioni, perché un graffio o una smagnetizzazione ne riducono molto il valore. Le più ricercate sono quelle nuove, con il talloncino Urmet ancora integro o nella confezione sigillata.

Le rarità italiane
Tra le rarità citate dai cataloghi ci sono le schede SIDA destinate al Senato e alla Camera, i prototipi Urmet della “Serie Bianca” come il “NATO blu”, e la “Serie Turistica” del 1989, con la ricercatissima “Torre di Pisa”. Molto ambita è anche “Il Labirinto” della serie dedicata alla Settimana Enigmistica, ritirata quasi subito dalla vendita. Il collezionismo ha anche i suoi appuntamenti: il PIM, Phonecards International Meeting, si tiene ogni anno ad aprile a Grugliasco.
Perché le carte telefoniche contano ancora
Le carte telefoniche sono state, per molti italiani, il primo contatto con una tessera “intelligente” da inserire in un lettore. Hanno abituato le persone a pagare un servizio con una carta prepagata invece che con le monete, molto prima che arrivassero i pagamenti contactless e l’NFC nei pagamenti di tutti i giorni. Dalla scheda in cartone del 1976 alla SIM, fino alle carte bancarie con chip, il filo è lo stesso: una piccola tessera che custodisce un valore e lo rende utilizzabile in modo sicuro.



